martedì 22 gennaio 2008

RAYMOND ARON, IL LAVORO INTELLETTUALE COME PROFESSIONE:

A proposito di cinquant'anni di vita intellettuale del grande sociologo a quasi 25 anni dalla scomparsa

"En politique le plus difficile c'est de refouler ses aspirations et ses préférences, pour regarder la réalité, telle quelle est, sans se faire aucune illusion sur l'objectivité totale du regard ».
“In politica la cosa più difficile è rimuovere le proprie aspirazioni e le proprie simpatie per osservare la realtà così com’è, senza farsi nessun’illusione sull'obiettività totale del nostro sguardo su di essa". In questa frase così lapidaria si può riassumere l’opera di Raymond Aron, un pensatore che ha sempre rifiutato di farsi ammagliare dalle sirene delle ideologie.
Nel Novecento le ideologie hanno infatti abbagliato un nutrito numero di intellettuali che hanno confuso i propri desideri con la realtà, e come tali vanno smascherate: in questo consiste il lavoro del sociologo, la professione che Raymond Aron, di cui quest’anno ricorre il ventennale della morte, ha esercitato per più di cinque decenni analizzando le trasformazioni delle nostre società lungo gran parte del Novecento.
Oltraggiato,vilipeso, criticato, ai margini spesso della vita intellettuale parigina, Raymond Aron ha conosciuto alla fine della propria esistenza, in un certo senso la sua rivincita nella Francia socialista degli anni Ottanta, già allora così lontana ormai da quel maggio sessantotto durante il quale Aron era stato accusato di essere un "fascista" o comunque, come diceva allora Sartre, un nemico della classe operaia.
Negli anni mitterrandiani anche la Gauche francese aveva potuto riscoprire Aron e con Aron, il liberalismo, una tradizione quasi scomparsa, o comunque rimasta troppo a lungo ai margini della cultura francese del Ventesimo secolo. Avevamo incontrato Raymond Aron alle soglie degli ottant’anni il 23 settembre 1983 poche settimane prima della sua scomparsa in occasione dell'uscita delle sue Memorie per un programma radiofonico trasmesso dalla Radio della Svizzera Italiana.
Raymond Aron nasce nel 1905 a Parigi da una ricca famiglia ebraica originaria della Lorena. Dopo una formazione nei migliori licei parigini, Aron frequenterà a partire dal 1924 la celebre Ecole Normale Supérieure della rue d’Ulm a Parigi, insieme con altri celebri "petits camarades" come Aron amava chiamare filosofi come Jean Paul Sartre e Paul Nizan.
Primo in graduatoria in occasione dell’Aggrégation in filosofia nel 1928, Aron trova aperta facilmente la strada di una lunga intensissima carriera universitaria che continua sino alla metà degli anni Ottanta. Dopo un importante soggiorno in Germania, a Colonia e a Berlino, in cui il giovane normalista incontra la sociologia tedesca, quella soprattutto di Max Weber, e la filosofia.esistenzialista di Martin Heidegger e di Husserl, Aron, dopo una breve esperienza di insegnamento della filosofia in un liceo di provincia, torna trentenne nel 1935 a Parigi, dove pubblica il suo primo importante saggio dedicato alla sociologia tedesca.
Inizia così una lunga attività scientifica e accademica nel corso della quale Aron pubblicherà un numero impressionante di libri e di saggi, che faranno del socïologo francese uno dei più importanti intellettuali francesi del novecento, paragonabile a Croce in Italia.
Insieme a quest'intensissima attività scientifica, Aron, a partire dal 1940 sulle colonne della celebre rivista La France Libre, pubblicata in esilio a Londra, inizierà un'importante attività pubblicistica, che farà poi di Raymond Aron uno dei più importanti commentatori politici della quarta e della quinta Repubblica. Sino alla fine, Aron ha combinato la sua attività scientifica al College de France e all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, con quella di editorialista, del settimanale l’Expres.
Negli anni Ottanta la Francia mitterrandiana riscopriva il liberalismo e vedeva probabilmente in Aron il principale erede della lunga tradizione francese ottocentesca che coniuga il pensiero di Montesquieu con quello di Tocqueville. Aron non rifiuta l'etichetta di liberale ma preferisce più semplicemente considerarsi come un difensore dei diritti dell’uomo e dei regimi democratici, come ci disse accogliendoci nel suo ufficio al nono piano della Maison des Sciences de l'Homme.
Ci volle subito ricordare con una punta di ironia il suo lungo isolamento, per almeno quattro decenni della cultura francese del Novecento:
« Il y a 20-25 ans (ovvero negli anni Sessanta, n.d.r) l’intelligentsia française était attirée, sinon par le communisme du moins par le progressisme. A la suite de la découverte de la réalité soviétique, à la suite du choc provoqué par les livres de Solgenitsin la mode a changé».
Liberale e democratico, difensore dei diritti dell'uomo, militante impegnato nella battaglia contro i regimi totalitari, Raymond Aron come Max Weber prima ancora che liberale si definisce un sociologo, e vede in questo lavoro intellettuale la vera ragione della sua esistenza. Ma molti - noi compresi – per quella sua aderenza alla realtà pura e cruda dei fatti, e quindi alla loro precisa ricostruzione prima ancora che interpretazione – saremmo tentati di definirlo come al contempo storico e filosofo delle società tardo industriali contemporanee
Bruno Somalvico: Aron lei si definisce come sociologo e pratica secondo la lezione sociologica di Max Weber il lavoro intellettuale come professione. Di fatto Lei ha fatto un’analisi delle società industriali del XX secolo aderente alla realtà che nelle stesso tempo ci sembra il lavoro di uno storico e di un filosofo. Con le Annales di Strasburgo di Marc Bloch e Lucien Febvre e soprattutto con Fernand Braudel non c’è solo un’origine familiare Lorena in comune.
Raymond Aron: Faut il m’appeler sociologie ou philosophe? Est-ce que je revendique le titre de sociologue ou de philosophe? Est-ce que les livres que j’ai écrits sur la société industrielle relèvent-ils de l’histoire de la philosophie ou de la sociologie? Ce sont des questions dans une large mesure futiles. Ils sont plutôt sociologiques, philosophiques ou historiques, mais ce sont des synthèses historico-sociologiques á la lumière d’une certaine philosophie. Personnellement je ne tiens pas un mot plutôt qu'un autre et je ne refuse pas le mot de philosophe; je dirais volontiers qu’à partir d’une certaine date depuis après la guerre, j’ai réfléchi essentiellement sur la politique et sur la structure sociale des sociétés modernes en fonction d'une conception de la connaissance historique que j'avais exposée dans mes livres d'avant guerre, notamment L'Introduction à la philosophie de l’Histoire et aussi à la lumière de mes valeurs fondamentales.

La ricerca intellettuale di Raymond Aron inizia a farsi conoscere sin dalla seconda metà degli anni Trenta pubblicando L'Introduction à la philosophie de l’Histoire. Essai sur les limites de l’objectivité historique uscito a Parigi nel 1938. Il sociologo francese se le prende polemicamente con quegli storici che vogliono fare della storia une scienza esatta o comunque del tutto obiettiva. Quest’opera fortemente antipositiviste e antiscientista tentava peraltro di dar luce ad una nuova teoria del sapere storico che andrà sfociando se non identificandosi con una nuova teoria del sapere politico. In un certo senso la sua riflessione di allora può essere epistemologicamente ricercata, individuata all'incrocio fra la sociologia, la filosofia, la storia, e, perché no, le scïenze politiche. Nello stesso anno presso l'editore Vrin esce un altro importante lavoro del giovane sociologo francese dedicato al pensiero tedesco: l’Essai sur la théorie de l'histoire dans l'Allemagne contemporaine. La philosophie critique de l'Histoire, nel quale Aron compie un'analisi del pensiero di Dilthey, Rikert, Simmel e, naturalmente, Max Weber. Aron comincia dunque ad essere conosciuto negli ambienti intellettuali parigini. Ma è certamente la riflessione sociologica al centro delle sue preoccupazioni. Nel 1935 Aron pubblica infatti il suo primo libro sulla Sociologia tedesca, frutto di un importante soggiorno di tre anni in Germania:
Bruno Somalvico: Come mai un giovane brillante normalista ebreo, ma soprattutto francese, sceglie la Germania dell'inizio degli anni trenta per perfezionarsi negli studi?
Raymond Aron En ce qui concerne mon départ pour l'Allemagne, je dirais volontiers que c'est un pélégrinage presque traditionnel. Durkheim avait été faire un voyage dans les universités allemandes et il en avait ramené un livre sur les études sociales en Allemagne. Mon patron directe Pierre Bouglé, lui aussi avait fait le voyage des universités allemandes et il en avait ramené un petit livre. J'ai été en Allemagne pas du tout pour faire un livre sur la sociologie allemande. Je suis parti pour l'Allemagne pour élargir mon horizon, pour sortir de l'Hexagone français et attiré d'une certaine mesure par la philosophie allemande, du fait de mes études de la philosophie de Kant. En revenant d'Allemagne, Bouglé m'a demande d'écrire un petit livre sur la sociologie allemande : j'ai écrit un livre sur la qui a été publié en1933 qui depuis a été traduit en un certain nombre de pays et qui a été réédité l'an dernier en Italie et au Japon ce qui signifie que probablement ce livre d'étudiant était utile à l'époque en France où l'on connaissait mal la sociologie allemande et où ce petit livre parce qu'il avait un caractère systématique en non pas strictement historique peut conserver une certaine signification aujourd'hui.
Bruno Somalvico : Lei é stato nel 1930 inviato come lettore all'Università di Colonia, quindi, dal 1931 al 1933, ha svolto attività di ricerca presso l'Istituto accademico di Berlino. Quali sono stati gli intellettuali tedeschi che la hanno maggiormente colpita durante questo soggiorno?
Raymond Aron: Au fond ceux qui m'ont frappé ce sont ceux que je n'ai pas rencontrés. C'est à dire que quand je suis arrivé à Cologne Scheler était mort: il y avait encore le souvenir de Scheler, mais il n'y avait pas Scheler lui-même. Von Wiese je l'ai à peine aperçu. Il était professeur à l’université. Plessnock était aussi un philosophe que j'ai à peine rencontré et je retrouvais dans le département des langues romanes et j'ai eu des relations avec le professeur Leo Spitzer qui était le directeur de cet institut. A Berlin j’ai aperçu Sombart dans le séminaire d'un professeur allemand tout à fait ignoré aujourd'hui qui s'appelait Kotlen Kliengefeld qui est cité quelque part par Max Weber, et il faut bien dire que j'avais tout de même 25 26 ans, je préparais une thèse de doctorat et je ne me croyais pas obligé de fréquenter les séminaires ou les cours. J'ajoute que si Husserl ou Heidegger ou Max Weber avaient fait des cours à Cologne ou à Berlin, bien évidemment j’aurais été les entendre. J’ai été submergé, subjugué par la pensée allemande pour une certaine période, mais par mes lectures, pas par mes rencontres. J'ai été assistant dans l’institut d'études des langues romanes et j’avais une très grande liberté dans le choix de mes cours. Il y avait des séminaires où je commentais avec les étudiants les livres la plupart du temps des romans, et puis je faisais un ou deux cours magistraux.
Durante quest'attività didattica Aron inizia la sua lettura dei testi di Marx al quale dedica una parte del suo seminario di Berlino.
Bruno Somalvico: Come il giovane Aron leggeva il giovane Marx? Attraverso la griglia interpretativa di Max Weber?
Raymond Aron: Non, je ne le lisais pas à travers les commentaires, les commentateurs: je le lisais avec beaucoup de conscience, d'abord et avant tout Le Capital et en dehors même du Capital j'ai lu les ouvrages historiques et même j'ai découvert vers 1930 31 les ouvrages de jeunesse qui étaient publiés pour la première fois pas de manière intégrale mais presque en Allemagne par deux personnalités dont l'une vit encore Peter Mayer qui est l'éditeur des oeuvres de Tocqueville et par un sociologue qui s'appelait Landshut et dans la collection Kroner les petits livres bleus il y a deux volumes que je possède encore avec beaucoup de commentaires autour, qui sont les œuvres de jeunesse de Marx. J'ai lu Marx au fond pour me poser la question suivante : « est-ce que notre connaissance de l'histoire est de nature à nous dicter nos opinions politiques? » Ou encore : « Quelle doit être la relation entre le savoir politique et la décision politique? » C’était ma question à la fois philosophique et existentielle que je m'étais posée et l'étude de Marx ce n'était pas nécessairement la réponse à ma question, mais il m'était indispensable de bien connaître Marx pour éventuellement donner une réponse à la question que je posais à moi-même.
L'incontro con la Germania non era puramente un incontro intellettuale con la cultura tedesca, con la sociologia di Weber e con la fenomenologia di Husserl. Ma un incontro anche con una nuova realtà politica che andava vieppiù emergendo nella crisi della Germania di Weimar: il nazionalsocialismo con l'ascesa di Hitler e con una delle sue più terribili conseguenze, e cioè l'antisemitismo che colpirà ben presto numerosi universitari ebrei. Raymond Aron assiste in prima persona all'ascesa del nazionalsocialismo: in uno dei suoi numerosi scritti dell’epoca pubblicati in due riviste Libres Propos e Europe, dedicati in generale alle relazioni franco-tedesche, Aron nella primavera del 1933 scriveva commentando l’ascesa al potere di Hitler:

“La volontà del nazionalsocialismo é chiara: esso non solo preténde sopprimere la forza economico politica degli ebrei, di allontanarli dalle cariche pubbliche, dalle professioni liberali, dalla stampa; ma si sforza di proletarizzarli".
Bruno Somalvico: Che cosa voleva dire con questa affermazione: lei considerava allora che il progetto di Hitler non fosse lo sterminio ma davvero la proletarizzazione degli Ebrei?
Raymond Aron: J'étais à Berlin lorsque Hitler était arrivé à la Chancellerie; je suis resté à Berlin jusqu'au mois de juillet 1933 et j'ai eu donc une première expérience directe à la fois du mouvement; de la propagande et du début du gouvernement; j'ai écouté Hitler dans des réunions publiques. J'ai écouté Goebbels aujourd'hui c’est devenu presque rare parce que c'est vieux: pour Vous ce sont des évènements historiques très lointains. Vous avez cité une phrase qui se trouvait dans un article que j'ai écrit au printemps 1933, c’est à dire moins de trois mois avant l'exercice du pouvoir par le national-socialisme et dans lequel je disais à mes amis aux intellectuels juifs: «Vous n'avez aucune chance de vivre en Allemagne ». Lorsque j'écrivais que les hitlériens voulaient prolétariser les juifs c'est une manière de leur dire qu'ils n'avaient aucun chance de vivre dans l'Allemagne hitlérienne de manière convenable. Aujourd'hui quand on relit cette phrase on se dit: il n'a pas imaginé l'extermination: mais personne au printemps de 1933 ne pouvait imaginer l'extermination d'une population dans un pays de culture comme le peuple allemand: alors c'est vrai que je me suis trompé en 1933 croyant que le maximum des persécutions c’était la prolétarisation: mais à l'époque on disait que j'étais trop pessimiste: la plupart croyaient que les Juifs pourraient rester dans l’Allemagne hitlérienne. J'ai entendu un allemand remarquable me dire: « mais non les persécutions n'iront pas loin: il y aura la résistance des juifs américains puis il y aura la puissance des Etats Unis… » et ainsi de suite. Donc cette phrase qui me parait aujourd'hui plutôt naïve, à l’époque représentait la forme extrême du pessimisme sur ce qu'allait faire le régime nazi.
Il vento nazista e fascista non soffia allora solamente nella Germania hitleriana e nell'Italia mussoliniana. Anche la Francia conosce un forte incremento della destra antidemocratica in una situazione economica molto difficile: due settimanali, Candide e Grégoire accusano ebrei e comunisti di essere i responsabili di questa situazione, alimentata anche da numerosi episodi di corruzione nel governo radicale: le cosiddette Ligues faranno cadere il governo Daladier il 6 febbraio 1934: la sinistra le considera come un movimento fascista e decide di sbarrare loro la strada: da una convergenza fra comunisti, socialisti e radicali nascerà un fronte antifascista, che trionferà due anni più tardi: il Fronte Popolare, guidato da Leon Blum. Anche gli intellettuali, nel frattempo, si mobilitano: André Malraux costituisce il Comitato degli intellettuali antifascisti che esprimerà più tardi il suo sostegno alla Spagna repubblicana in lotta contro Franco. Tornato a Parigi nel 1933 Aron è animatore del Centro di Documentazione sociale all'Ecole Normale Supérieure. Insieme alla pubblicazione della Sociologie Allemande, Aron discuterà nel 1938 sempre alla rue d'Ulm la sua tesi di dottorato Introduction à la philosophie de l’histoire. Aron non è ancora quel grande commentatore politico che sarà nel Dopoguerra, ma segue attentamente gli avvenimenti dell’epoca, ai quali dedicherà alcuni articoli su riviste scientifiche: Aron preferisce non impegnarsi in prima persona con gli intellettuali antifascisti di Malraux, e, pur avendo votato a favore del Fronte popolare, non risparmierà critiche alla politica di Blum sulle colonne della Revue de Metaphysique et de Morale con un articolo di “Riflessioni sui problemi economici francesi” apparso nel 1937.
Bruno Somalvico: Aron, per quali motivi lei, pur essendo chiaramente antifascista, non aderisce al comitato antifascista di Malraux? Forse a causa della simpatie espresse da quei intellettuali verso il comunismo sovietico?
Raymond Aron: Personnellement je n'ai jamais été - depuis que je suis adulte ou semi-adulte - tente pas le soviétisme et je n'ai pas partagé les illusions et les convictions de mon ami André Malraux. En ce qui concerne mon attitude pendant les années Trente, j'ai été comme très souvent ensuite solitaire ou isolé; j'ai refusé d'adhérer au Comite des intellectuels antifascistes pour une raison que j'explique dans mes Mémoires: le Comité des intellectuels antifascistes était constitué par moitié de pacifistes plus ou moins absolus c'est à dire des disciples de Alain, et pour l'autre moitié de communistes ou de communisants. De ce fait je considérais que le Comite des intellectuels était pour ainsi dire perverti au point de départ et malhonnête parce qu'il réunissait des hommes qui étaient en désaccord sur l'essentiel: et c'est d'ailleurs quand il a eu des crises que ce Comité s'est découvert profondément divisé. Pendant les années trente j'étais un universitaire, je n'avais pas de tribunes, je n'écrivais pas dans les journaux, J'ai eu l'attitude que je raconte dans mes Mémoires c'est à dire j’étais en marge des groupements, j'étais antifasciste de tout bon cœur et passionnément; en même temps je savais que nous aurions besoin de l'Union Soviétique pour vaincre l’hitlérisme: j'étais moins radicalement antisoviétique à l'époque qu'ensuite, mais tout de même, quand j’ai fait une communication à La Société française de Philosophie en juin 1939 le titre c'était « Etats démocratiques et Etats Totalitaires » et je mettais dans cette catégorie des Etats totalitaires aussi bien l'Union Soviétique que l'Allemagne nazie.
Aron si sentirà d'altra parte in qualche modo sollevato quando i sovietici si alleeranno in un primo tempo con la Germania nazista nella spartizione della Polonia con il patto Molotov-Ribbentrop, solo due mesi dopo il 23 agosto del 1939. Ma in questo modo scoppierà la seconda guerre mondiale
Bruno Somalvico: Raymond Aron: oggi si riparla volentieri degli accordi di Monaco, dello spettro di Monaco e si accusano i governi occidentali di avere allora fondamentalmente ceduto di fronte al nazismo: ci perdoni la domanda, ma è d’obbligo: la guerra poteva ancora essere evitata a Monaco o il conflitto a sua parere era ormai ineluttabile?
Raymond Aron: Aujourd'hui on sait et Hitler était décide à faire la guerre, si on ne lui donnait pas la Tchécoslovaquie. Il reste un doute parce qu'il y avait un complot des généraux mais personne ne disait si ce complot des généraux S’il y en avait eu tellement que cela aurait empêché Hitler de déclarer la guerre. Mais on sait avec certitude qu'Hitler voulait attaquer la Tchécoslovaquie s'il n'y avait pas eu Munich. Ce que je dis dans mes Mémoires et qui aujourd'hui est accepté politiquement: l'erreur cardinale c'est pas Munich, c'est mars 1936, c'est à dire la non réplique militaire à la réoccupation militaire de la Rhénanie.
Allora come oggi, la Francia era politicamente divisa in due, non era questa d'altronde una novità. Sin dall'Affaire Dreyfus la Francia si era divisa in due forti blocchi, blocchi che regolarmente si riproponevano nei momenti cruciali della politica d'Oltralpe, da ultimo il Fronte Popolare e gli accordi di Monaco. Se sino ad allora la Francia rimaneva divisa solamente nelle opinioni della popolazione, poco più tardi l’Esagono si troverà anche geograficamente diviso in due. Due giorni dopo l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste, il 1° settembre 1939, Francia e Inghilterra dichiareranno guerra alla Germania. Facilmente occupato il Belgio, nel giro di pochi mesi anche la Francia sarà costretta a firmare un armistizio con i tedeschi: questa soluzione è preferita dal Maresciallo Pétain all'idea di proseguire une guerra di fronte alla quale l'esercito francese era fondamentalmente ancora impreparato: l'armistizio firmato il 2 giugno 1940 aprirà le porte ad una divisione in due del territorio Francese: Parigi e il Nord est della Francia rimarranno controllati dalle truppe d'occupazione naziste; mentre nel rimanente territorio sarà insediato a Vichy un regime collaborazionista presieduto dal Maresciallo Pétain. un governo della rivoluzione nazionale sotto il motto “lavoro famiglia patria”, in cui fra l'altro si rinnoverà un'impressionante campagna antisemita.
Bruno Somalvico: Raymond Aron, taluni hanno parlato dell'armistizio come di un tradimento, altri, come lei, vedono l'armistizio con un certo sollievo. Per quali motivi lei considera in fondo la decisione di Pétain come il male minore?
Raymond Aron: Je pense qu'il faut lire attentivement ce que j'ai écrit sur l'Armistice: j'ai dit que j'étais au milieu d'un peuple perdu dispersé à travers le Pays, avec des millions et des millions de français errants dans les rues et dans les routes; et j'ai dit, parce que c'est vrai qu'autour de moi l'Armistice était un soulagement: et il n'est pas nécessaire de substituer à l'histoire la mythologie: le peuple français dans son immense majorité a voulu cet Armistice; il n'a pas compris qua cette guerre était une guerre mondiale il ne l'a pas compris, il ne pouvait pas le comprendre qu'on pouvait ou on devait continuer la guerre en Afrique du Nord. Mais, de plus : encore aujourd'hui je prétends que l'Armistice était probablement inévitable au mois de juin. Si on avait décidé au mois de mai que la France était perdue et si on avait évacué vers l'Afrique du Nord toutes les ressources disponibles, à la rigueur il y avait une possibilité de partir pour l'Afrique du Nord et d’y continuer la guerre: au mois de juin, je crois qua l'Armistice était la moindre mauvaise solution et elle a été d'ailleurs la moindre mauvaise solution non pas pour la France mais pour les Alliées car à l’époque les Alliés, les Anglais et les Américains, n'avaient pour ainsi dire rien à nous donner et l’Afrique du Nord en 1948 à été plus utile aux Alliés qu’elle ne l'aurait été en 1940. Cela dit les Français restaient divisés en profondeur sur l'Armistice. Moi je voudrais les aider à vivre en paix et leur dire: premièrement ceux qui ont signé l'Armistice n'étaient pas de ce fait des traîtres: ceux qui ont décidé de continuer, c'étaient de bons français: ceux qui ont signé l'Armistice ensuite ont fait beaucoup de choses qu'il n'était pas nécessaire de faire dont certaines étaient déshonorantes. Il faut distinguer entre les partisans de l'Armistice en 1940, les Vichystes de 40 et de 41, ceux de 42 et ceux de 44: en d'autres termes si l'on veut essayer de pacifier les esprits, il faut ne pas être manichéens et dans la mesure du possible reconstituer les différentes situations et comprendre les attitudes des hommes dans des crises extrêmes: c'est ce que j'ai toujours essayé dans ma vie et il y en a l'écho dans mes Mémoires; bien entendu c'est une attitude qui est relativement rare et qui me vaut aujourd'hui de certains côtés des louanges et qui m'attire de l'autre coté des attaques dont j'ai une longue et longue expérience.
Aron sceglie subito comunque, dopo essere stato contabile per alcuni mesi nell'esercito francese della France Libre, un ruolo che gli permetta di continuare a studiare (si interessa allora a Machiavelli) sceglie la strada di Londra e si impegna sin dall'Autunno del 1940 a favore della presenza culturale della Francia nel mondo sulle colonne della rivista La France Libre, insieme al Generale De Gaulle, con il quale Aron non sarà mai sempre del tutto d'accordo: in effetti Aron è subito in contrasto con i gollisti che considera troppo settari: egli condanna certo il regime di Pétain, il suo antisemitismo e ogni forma di collaborazione, ma nello stesso tempo, da buon sociologo, cerca di spiegarsi e comprendere la nuova situazione e gli ripugnano le lezioni di morale impartite da Londra dal Generale Inizia nell’esilio londinese la sua attività più propriamente giornalista, di un giornalismo fortemente engagé, quello del columnist, del commentatore politico diremmo oggi.
Bruno Somalvico: Raymond Aron in che misura questa nuova attività di pubblicista a difesa della cultura francese nel mondo sulle colonne de La France Libre si conciliò con quella più propriamente scientifica del sociologo che esamina con un certo distacco gli avvenimenti e i fenomeni, anche politici?
Raymond Aron: Quand je suis revenu à Londres (auparavant j'étais dans un camp militaire et j'étais dans une compagnie de chars d'assaut ou je faisais la comptabilité de la compagnie). On m'a ramené à Londres: on a crée une revue qui s'appelait La France Libre et qu était une revue mensuelle: en tout cas ce n’était pas du journalisme au sens quotidien: les articles que j'ai écrits n'étaient pas des Articles scientifiques mais ce n'était pas non plus des articles de journaux; ces articles ont été reproduits dans trois livres après la guerre: ce sont des articles de revue mais qui étaient tout le même des articles nourris par une pensée ou une réflexion sociologique. Donc La France libre a été pour moi la transition entre les livres philosophiques très abstraits et très difficiles et le journalisme quotidien qui a commencé en 1946 à Paris . . .
Aron tornato dopo la Liberazione a Parigi, pubblicherà in tre volumi i suoi articoli scritti da Londra: nel 1945 usciranno da Gallimard: L'Homme contre le tyrans; De l’Armistice à l'insurrection nationale, e L'Age des empires et l'Avenir de la France. La carriera vera e propria nella stampa Aron la inizierà in effetti l'anno successivo sulle colonne del quotidiano Combat, ove scrivono le più intelligenti penne dell'immediato dopoguerra fra cu Albert Camus. Nello stesso tempo Aron insegna all'Ecole Nationale d'Administration e alla Fondation nationale des Sciences Politiques. Ma l'impegno più direttamente politico di Aron continua: dal 1947 a1 1953 Aron, in contrasto con i partiti di governo della Liberazione (comunista, socialista e MRP all’incirca democratico cristiano quando de Grulle ne abbandona la guida, aderisce alla formazione creata dal generale De Gaulle, dopo avere abbandonato la direzione del paese, il Rassemblement du Peuple francais , creato il 7 aprile 1947. Per quale motivo?
Raymond Aron: Après la guerre immédiatement j'ai considéré que les Français devaient réviser fondamentalement leur vision du monde: il devaient comprendre que la querelle entre les Français et les Allemands était terminée, liquidée et dès le printemps 1945 j'ai écrit en faveur de la réconciliation franco-allemande. En même temps j'affirmais que le perturbateur n'était plus l'Allemagne mais c'était l'Union Soviétique; à partir de là j'ai milité pour la réconciliation franco-allemande, pour l'Unité Européenne, pour l'Alliance Atlantique. Sur ces points essentiels je n'ai jamais bougé. En ce qui concerne la politique intérieure selon les circonstances j'adoptais une position ou une autre. Par exemple entre 47 et 52 j'ai milité à l'intérieur du RPF qui était le parti organisé par le Général De Gaulle. Même à cette époque je n'étais pas d'accord avec lui sur un certain nombre de points importants de sa politiqué étrangère, mais je croyais que la constitution de la Quatrième République était mauvaise; qu'elle pouvait durer, mais qu'elle affaiblissait tant les gouvernements qu’il y aurait une espèce de crise politique durable sinon permanente, et j'étais, si je puis dire, révisionniste, c'est à dire partisan d'une révision de la constitution; le parti qui à l'époque défendait la thèse de la révision c'était le RPF; et en plus il y avait mon amitié avec Malraux; je n'étais pas rentré immédiatement dans l'Université, mais j'étais resté dans le journalisme; alors j'ai été un peu militant: Le Congrès pour la liberté de la culture, pour l'Unité européenne, où j'ai assisté à la Conférence de la Haie, où pour la première fois le grand thème de l'unité européenne a été lancé. En ce qui concerne mon adhésion au RPF ça a dure entre 47 et 52,c'est à dire qu'au moment où le général De Gaulle lui-même a liquidé le RPF, mais ça ne m'a jamais empêché de défendre mas idées propres quels que fussent les doctrines du RPF.
Aron sin dall’inizio avrà una posizione relativamente spregiudicata sulla decolonizzazione. Non ama la costituzione della Quarta Repubblica un sistema politico fondato sulla partitocrazia, come nel caso italiano della prima repubblica, che dava vita a governi di coalizione molto instabili, sovente rovesciati per sfiducia di un partito o di una sua corrente. Ma vi è un altro motivo che domina l'attenzione di Aron. Il sociologo vede male la coalizione di partiti, orientata a sinistra l'eccezione del MRP, che governa la Francia a partire dal 1945. Nel 1947 i comunisti saranno costretti ad abbandonare il governo come farà per altri motivi De Gaulle che fonderà il Rassemblement du Peuple français (RPF). Il vento della guerra fredda soffia ormai dappertutto: in breve tempo si consuma in Europa il grande scisma all'interno dei vincitori della Germania nazista: i due blocchi, quello occidentale democratico e quello orientale comunista caratterizzeranno a partire da allora la storia del nostro vecchio continente: Le grand schisme è il titolo del saggio che Aron pubblica nel 1948: si tratta in un certo senso del disegno della nuova carta politica mondiale dopo Yalta: il sociologo francese analizzava la rivalità planetaria delle due superpotenze, la degradazione che conosceva il marxismo ridotto a ideologia al servizio dell'Unione Sovietica, e anche la crisi che a suo parere conosceva ancora la democrazia francese. Il libro esce all'inizio della guerra fredda e viene apprezzato. Ma gli animi si faranno vieppiù surriscaldandosi e pochi anni più tardi, anche gli intellettuali andranno lanciandosi le peggiori invettive gli uni contro gli altri .
Bruno Somalvico: Raymond Aron lei avrà occasione di denunciare nel 1955 quello che chiama L'oppio degli intellettuali Come mai numerosi grandi intellettuali francesi, in un certo senso anche il suo petit camarade Jean Paul Sartre, rimasero accecati dallo stalinismo e dal fascino per l'Unione Sovietica?

Raymond Aron : Ce n'est pas simplement un aveuglement car un certain nombre de ces intellectuels reconnaissaient tout ou partie de la réalité qui est aujourd'hui admise par tout. Même Sartre et Merleau Ponty dans un article des Temps Modernes ont reconnu qu'il y avait des camps de concentration en Union Soviétique, qu'il y avait un citoyen sur dix en Union Soviétique qui passait par les camps de concentration. Et ils ajoutaient: "Peut on parler de socialisme dans ces conditions?" Mais ils continuaient en disant que ce n'est pas une raison pour être anticommuniste: c'est l'attitude typique des intellectuels: ils reconnaissent les turpitudes d'un certain régime puis ils ajoutent immédiatement qu'il ne faut pas le combattre. Pourquoi? Nous arrivons à ce que j'ai appelé dans l'Opium des intellectuels les idéologies favorites de gauche, c'est à dire la Gauche, la révolution, la fin de l'histoire: L'Union Soviétique en dépit du tout se réclamait de la gauche, du marxisme du progressisme, et même ces hommes qui n'étaient pas aveugles sur la réalité considéraient comme impossible de combattre l'Union Soviétique parce que l'Union Soviétique étant de droit inspirée par le prolétariat allait dans la bonne direction. Donc ce n'est pas seulement aveuglement, je dirais que ce serait quelque chose comme l'obsession idéologique. La Gauche en réputant que telle étant le bien, la droite étant en tant que telle le mal.
Numerosi furono fili attacchi della cultura stalinista nei confronti di Aron: in particolare quando Aron pubblica Les guerres en Chaînes nel 1951, un tentativo di teorizzazione delle guerre del nostro secolo, deï regimi totalitari e di quelli democratici e delle loro evoluzioni. Sebbene mosse da passioni nazionali, quelle che dilaniarono le monarchie, e che infiammarono le masse tedesche e lo stesso Hitler, secondo Aron sono le forze produttive a favore dell'industria, che alimentarono il mostro bellico, fra il 1914 e ïl 1918, e che assicurarono poi agli Stati Uniti l'egemonia del mondo dopo il crollo dell'impero nipponico e di quello hitleriano. E' la stessa scienza, a fondamento del;a tecnica, che introdusse una nuova caratteristica nei rapporti fra gli Stati. Parlando di tecnicizzazione del pianeta, Aron, riprende al contempo la lettura di Saint Simon e di Marx e quella di Spengler e di Heidegger. L'oppio degli intellettuali uscito nel 1955 sarà uno dei più noti pamphlets della pubblicistica aroniana.

Bruno Somalvico: Aron, ci può rievocare con qualche episodio il clima della guerra fredda. Quali polemiche ha avuto con i comunisti?
Raymond Aron : Je n'ai jamais eu une véritable discussion avec les communistes parce qu'on peut pas discuter avec eux: ils m'ont insulté à chaque occasion, quand j'ai publié les Guerres en Chaînes j'ai été accusé d'être belliqueux, bout de feu, etcetera: d'autre part l'Opium des intellectuels a été attaqué par tout homme de gauche depuis la gauche modérée jusqu'à l'extrême gauche: entre les deux il y a eu l'Express de l'époque qui a été neutre, c’est à dire qu’il a publié des extraits du livre sans dire d'être ni pour ni contre. Mais les épisodes de la guerre froide, ce sont des conférences, ce sont des articles, des livres, ce ne sont pas du catch, c'est pas e bagarres de rue, heureusement.
L'analisi spregiudicata dei miti degli intellettuali di sinistra: Aron nella fattispecie denunciavi già allora i gulag rifiutando assolutamente l'idea che l'Union Sovietica fosse sulla strada dei cosiddetti "lendemains qui chantent", versione transalpina del nostro “sol dell’avvenire”. Ricorda Aron nelle sue Memorie
E' quel che pensavo sull'Unione Sovietica che risultava intollerabile a Sartre. La pensavo con i campi di concentramento, con il dispotismo con la volontà espansionistica. Inoltre tentavo di spiegare che l'Unione Sovietica era diventata quello che era non a caso, non per colpa di Stalin, ma perché, all'origine, vi era une concezione del movimento rivoluzionario che doveva sfociare in quel che è divenuta L’Unione Sovietica. Se mi fossi limitato a dire che l'Unione Sovietica era stalinista, ma non marxista, forse Sartre l'avrebbe tollerato. Ma se ciò che era rimesso in discussione era il movimento socialista in se stesso, allora si colpiva qualche cosa di essenziale per esso"

Dal 1947 Aron collabora anche al Figaro. Insieme all'attività di editorialista e pamphlettista, Aron continua la sua attività di sociologo. Nel 1955 ottiene la cattedra di Sociologia alla Sorbona ove insegnerà sino al 1967, per poi insegnare all'Ecole Pratique des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Fra il 1955 e il 1958 Aron presenta un corso sulla società industriale: questo lavoro sarà poi ripubblicato in tre volumi fondamentali dell'opera aroniana: le ormai famose Dix-huit Leçons sui la société industrielle (ovvero i corsi alla Sorbona del 1955 1956) pubblicate nel 1962, La lutte des classes (1956 57), pubblicato nel 1964, e infine Democratie et totalitarisme (1957 58), apparso nel 1966. In questa intensa attività didattica Aron nel primo corso paragonava le economie delle società dell’Est e dell’Ovest. Con questo lavoro definiva il proprio metodo, l'effetto del suo studio e le condizioni che rendevano possibile la sua analisi. Marx rimane ai suoi occhi l'interlocutore privilegiato. Nel secondo volume, analizzando la composizione della società francese di allora, Aron osservava come solo la classe operaia possedeva un'unità sufficiente per pretendere al titolo di “classe sociale”. Nel terzo saggio Aron tenta di dare risposta all'interrogativo su come elaborare una sociologia politica che non sia una filosofia politica. Secondo Aron ciò può essere fatto solamente isolando le variabili dei regimi politici reali a partire da modelli teorici che li fondano. E Aron isola fondamentalmente due regimi: quelli costituzional pluralisti e i regimi con partiti-guida monopolistici, i regimi democratici e quelli totalitari.
Bruno Somalvico: Ci può parlare del significato di queste tre pubblicazioni. Nei suoi corsi alla Sorbona della seconda metà degli anni Cinquanta le credeva forse ad una possibile convergenza fra questi due universi così diversi, in nome delle esigenze di sviluppo della società industriale?
Raymond Aron : Dans le premier volume, à savoir les Dix-huit leçons sur la société industrielle je faisais une comparaison entre les régimes économiques des deux puissances, les régimes économiques typiques de l’Est et de l'Ouest: je disais qu'il pouvait y avoir une accentuation de la socialisation à l’Ouest et que l'on pouvait concevoir une libéralisation è l'Est ou plutôt l'utilisation par les Soviétiques de certains mécanismes capitalistes: je le disais comme une possibilité, mais pas du tout comme une prévision; et d'un autre coté - á la fois dans le deuxième livre et dans le troisième - je disais que même si le régime économique soviétique se rapprochait du nôtre, cela ne signifiait absolument pas que le régime politique évoluerait dans la direction du notre. Ce que j'ai dit dans Démocratie et Totalitarisme c'est un cours qui a été professé en 1957-58 c’est à dire tout de même il y a plus de 20 ans, je disais qu'après Staline il n'y aurait plus les phénomènes pathologiques du régime comme la persécution des généticiens et que l'idéologie stalinienne, l’idéologie marxiste léniniste était indispensable au régime de Moscou, mais qu'il n'était pas indispensable que le régime englobât au même degré qu’au temps de Staline, touts les domaines de la pensée. Ce qui est vrais c'est que dans ces trois livres des années immédiatement après la mort de Staline preuve au rebours de ce que l'on me reproche d'ordinaire, de trop d'optimisme en ce qui concerne l'Union Soviétique. Je n'ai jamais pensé qu'elle allait se convertir à la démocratie, je n'ai jamais défendu la thèse de la convergence, mais j'ai espéré que une libéralisation ne fut pas inconcevable". .
Aron non cessa mai di guardare ai problemi di casa sua: se il ventesimo congresso del partito comunista sovietico e la rivelazione dei crimini di Stalin possono essere considerati come un vero e proprio terremoto politico, che colpisce anche la coscienza di numero intellettuali occidentali compagni di strada dell'Unione Sovietica, il colpo di Stato con il quale il Generale de Gaulle, in piena guerra d'Algeria, rovescia la Quarta Repubblica il 13 maggio 1958, è un terremoto istituzionale che consentirà ai futuri presidenti della Repubblica di essere alla guida della nazione, a capo in parlamento di una maggioranza presidenziale che lo investe. De Gaulle prepara subito una nuova costituzione che sarà approvata da un referendum il 28 settembre 1958. Nasce la Quinta Repubblica che sarà caratterizzata dall'accentuazione del potere del presidente della repubblica a detrimento déi partiti politici e del parlamento: una Repubblica presidenziale (o meglio semi-presidenziale) contro la quale si scaglierà in un pamphlet Le coup d’Etat permanent quel Francois Mitterrand che dopo De Gaulle ne incarnerà meglio per 14 anni dal 1981 al 1995 i pregi ma forse anche in parte i difetti, soprattutto in occasione delle due coabitazioni con maggioranze politiche parlamentari di segno opposto ad una maggioranza presidenziale che faceva talora apparire chi ne era a capo come un autentico monarca.
Raymond Aron aveva già pubblicato un libro dedicato ai fatti d'Algeria. La tragédie algérienne Nel 1957 a caldo Aron scrive subito due opere dedicate al nuovo conflitto: L'Algérie et la République, e, nel 1959, Immuable et changeante: de la Quatrième à la Cinquième République in cui esamina attentamente le differenze fra la vecchia e la nuova costituzione. In un articolo di quell'anno, Aron scriveva
La Quinta repubblica esiste e nella Francia di oggi, il generale De Gaulle é il migliore dei monarchi nel meno peggiore dei regimi. Egli detiene un potere personale, ma occorre ricordare che è stato lui che ha restaurato la repubblica nel 1945. Ha canalizzato la rivoluzione del 1958, per farne uscire fuori una repubblica autoritaria, ma non un fascismo o un dispotismo autoritario.

Durante il gollismo degli anni sessanta la sua attività pubblicistica continua ad essere molto febbrile. Fra i libri più importanti ricorderemo les Dimensions de la conscience historique, nelle quali Aron analizza di. nuovo il nesso fra la filosofia e la storia, les Etapes de la pensée sociologique, in cui Aron incontra di nuovo Montesquieu e Tocqueville, ma anche Comte, Marx, Durchkeim, Pareto e Max Weber, e, alla fine del regno gollista, nel 1969, Les désillusions du progres e Marxismes imaginaires con cui Aron regola definitivamente i suoi conti con il marxismo francese degli anni cinquanta 50 e 60, con Sartre, Merleau Ponty e Althusser.
Aron nel frattempo aveva conosciuto le famose giornate di maggio 68, in cui De Gaulle aveva rischiato di essere spodestato da Cohn Bendit, un ebreo come Aron, ma tedesco, un'idea che Aron non avrebbe mai tollerato: egli definì allora il momento come uno psicodramma in cui gli allievi assumevano il ruolo di professori, e i professori erano costretti e ridotti a quello di allievi, un movimento psicodrammatico alla ricerca di una fantomatica rivoluzione, una révolution che Aron chiama La révolution introuvable, come intitola un pamphlet che Aron dedica poco tempo dopo alle giornate della più importante contestazione giovanile del dopoguerra.
Maggio 68 costituisce per Aron l'ultimo appuntamento degli intellettuali con le utopie e con l'ideologie progressiste. Ben presto spiegherà questo fenomeno nelle Désillusions du Progrès e, per l’appunto, nel pamphlet Marxismes imaginaires mettendo alla berlina il marxismo francese nelle sue varie espressioni, quello di Sartre e di Merleau Ponty negli anni cinquanta, ma anche il sofisticato marxismo strutturalista di Althusser degli anni sessanta. Con l’invasione della Cecoslovacchia, il fascino dell'Unione Sovietica sembra definitivamente scomparso presso gli intellettuali francesi, e quello che soprattutto i giovani intellettuali del 68 ripongono nei confronti della Cina maoista della rivoluzione culturale é destinato ben presto anch’esso a consumarsi nel giro di pochi anni.
Negli anni settanta la coscienza sempre più profonda della natura totalitaria del regime sovietico dopo la repressione della primavera di Praga, la repressione rivivacizzata contro gli intellettuali dissidenti, il crollo definitivo dei miti maoisti, la fine della guerra del Vietnam e di ogni tensione anticolonialista e anti-imperialista, provocheranno, dopo una parentesi di grande politicizzazione, un profondo disincanto degli intellettuali, un disimpegno che in Italia è stato chiamato riflusso, che spingerà vieppiù l'intellettuale ad abbandonare ogni sogno e ogni speranza di una società ideale o taumaturgica: parole magiche nell'immaginario della sinistra come rivoluzione, società senza classi, fine della storia, già analizzate da Aron nel saggio su L’Opium des intellectuels diventano sempre più vuote, prive di senso. A Sinistra la vittoria di Mitterrand nel 1981, invece di introdurre un'inversione di tendenza, sembrò anzi accentuare se non l'indifferenza, il silenzio degli intellettuali; preoccupati tutt'al più di difendere l’umanità dalla barbarie, di difendere i diritti dell'uomo ancora troppo sovente violati. I moniti lanciati verso gli intellettuali negli anni cinquanta da Aron sembravano essere ormai divenuti pressocché dappertutto una realtà: molti intellettuali francesi, basti pensare a storici come François Furet o Emmanuel Le Roy Ladurie, ex giovani stalinisti all’inizio della guerra fredda, o fra i figli del maggio nuovi filosofi come Bernard Henri Lévy o André Glucksman, dopo avere oltraggiato Aron che molti gauchistes tacciavano di fascista nel 1968, confessarono allora che in fondo Aron aveva ragione. E quella riabilitazione avvenne non solo fra gli intellettuali moderati ma anche fra molti di coloro che continuavano a considerarsi di sinistra, ossia nel campo politico avverso a quello del sociologo francese, tenace oppositore dei primi governi socialisti della Francia di Mitterrand.
La cultura francese, di destra, di centro o di sinistra, dopo decenni di dominio del pensiero giacobino democratico, riscopriva con Aron, il liberalismo, un'idea tornata un secolo dopo molto alla moda nei saloni parigini. Opere come Le origini del totalitarismo di Annah Arendt creavano un consenso che ai nostri giorni chiameremmo “bi-partisan”. Ma nello stesso tempo un dato di fatto sembrava comunque accomunare tutti, intellettuali liberali, antitotalitari, o profughi della sinistra: il silenzio o l'indifferenza nei confronti dell'impegno politico!
Bruno Somalvico: Raymond Aron in un certo senso lei costituisce un'eccezione: con i suoi articoli di commento settimanali sull'Express, dopo che lei ha abbandonato la collaborazione al Figaro nel 1977, lei è rimasto in questa nuova Francia mitterrandiana uno dei pochi intellettuali "engagé". Basta leggere il titolo di alcune fra le sue opere più recenti come il Pladoyer pour l'Europe décadente del 1976, il suo saggio sulle elezioni del marzo 1978, o il suo penultimo libro del 1981, in cui lei si definisce per l’appunto uno Spectateur engagé, e i suoi importanti articoli sulla rivista Commentaire dedicati agli sviluppi drammatici più recenti della nostra storia. Uno spettatore come lei Raymond Aron costituisce oggi in un certo senso un'eccezione fra gli intellettuali: nelle sue Memorie lei ha scritto che gli intellettuali del Terzo Mondo stanno occupando il vuoto ideologi lasciato da questo disincanto degli intellettuali Europei. Per quale motivo Raymond Aron? Lei crede forse che nelle nostre società post industriali gli intellettuali subiscano un processo di emarginazione dal potere? Sono ancora loro i consiglieri del Principe o sono stati sostituiti dai tecnocrati?
Raymond Aron : Je pense que les intellectuels du Tiers Monde continuent à avoir pour objectifs une société prospère efficace, ce que nous appelons une société industrielle, si possible relativement libérale. Donc je ne crois pas que les intellectuels du Tiers Monde partagent la critique de la société moderne, telle que celle qui s'est exprimée dans les années soixante et soixante dix: cette critique que j'ai moi-même exposé dans les Désillusions du progrès. Je pense qu'aujourd'hui les déceptions des intellectuels des pays riches sont typiques des réactions des enfants gâtés, les intellectuels du Tiers Monde ne sont pas des enfants gâtés et il faut leur laisser leur volonté de donner à leur peuples des conditions de vie plus tolérables par les méthodes les plus efficaces avant de se lancer dans le mépris pour confort que les hommes ont tendance à mépriser surtout quand ils en jouissent
Aron si limitava qui ad ironizzare contro quelle tribù di pacifisti ecologisti e contro tutti coloro che denunciavano ancora la società di consumo di cui nonostante tutto continuavano a beneficiare insieme alla libertà e al rispetto dei diritti umani. Aveva peraltro buon gioco a costatare come coloro che nei primi anni Ottanta denunciavano il totalitarismo nei paesi del socialismo reale e che si sarebbero poi schierati contro i pacifisti per l’installazione dei missili Pershing in funzione antisovietica, scoprivano in un certo senso l'acqua calda: lui aveva già introdotto la distinzione fra stati totalitari e stati democratici alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939.
Alla Vigilia della morte, Aron non poteva che sorridere per questa vittoria quasi “postuma” che non poteva peraltro cancellare l'amarezza provocata dall’isolamento in decine e decine di polemiche e di diatribe intellettuali, verso chi ancora alla fine degli anni Settanta, quasi a voler difender ostinatamente ideali tristemente ridimensionati dalla realtà o riesumare la sessantottesca immaginazione al potere, pronunciava la famosa frase: "Meglio sbagliarsi insieme a Sartre, che aver ragione con Aron".
Con la pubblicazione delle sue Memorie, la Francia, a poche settimane dalla sua morte, aveva celebrato Aron (ma non aveva fatto in tempo a nominarlo all'Académie Française), lo aveva consacrato defïnitivamente nell'Olimpo, dopo averlo già ospitato a partire dal 1970 al Collège de France. I salotti parigini, che parlavano di Sartre negli anni cinquanta, di Barthes e di Lacan negli anni sessanta, di Foucault o dei nuovi filosofi negli anni settanta, dopo averlo oltraggiato, rispettato, ma con una certa distanza, lo avevano esaltato forse un po’ acriticamente come una vedette. E lo stesso sostegno mediatico avrebbe ricevuto negli anni Ottanta e negli anni Novanta sino alla morte anche lo storico revisionista Francois Furet, autore di un saggio sul Passato di un’illusione dedicato ai suoi amici compagni di strada del comunismo negli anni Cinquanta e a capo di un Istituto di studi intitolato proprio alla memoria di Raymond Aron.
Ma vent’anni dopo, in questo avvio di millennio le cose sembrano davvero cambiate. La critica congiunta di alcuni intellettuali e scrittori transalpini come ad esempio Michel Houellebeck contro la sinistra egualitaria e contro l’ideologia liberale dei diritti dell’uomo e del dirittidelluomismo com’è stata efficacemente definita, segnerebbe oggi secondo lo storico e polemista Daniel Lindemberg un Rappel à l’ordre (Paris, La République des idées Seuil, 2002, 94 p), ossia un richiamo all’ordine, un ritorno degli intellettuali al ruolo di chierici, di portatori d’acqua di un movimento di reazione contro l’ideologia del “pensiero unico” e del “politicamente corretto” ancora trionfante negli anni Novanta sull’onda della “vittoria” postuma di Raymond Aron.
Molti intellettuali sarebbero insomma tornati ad essere “tutti reazionari” riabilitando, nella Francia fieramente anti-americana di Jacques Chirac, idee e valori reazionari eredi ad esempio della letteratura razzista e antisemita di un Céline o di un Drieu La Rochelle. Ma, a differenza di Furet, e di altri ex compagni di strada del PCF, da Le Roy Ladurie a Besancon, cresciuti nella guerra fredda, e della generazione sessantottina dei vari Glucksmann e Bernard Henri Levy, per Aron ci vien voglia di dire che è sempre stato un reazionario doc, o meglio non lo è mai stato proprio per quel suo essere stato “politicamente corretto” sempre dalla parte giusta, a cominciare da quando si schierò a Londra a fianco di De Gaulle (senza peraltro condannare pregiudizialmente la scelta dell’armistizio di Petain).
A quasi venticinque anni dalla morte anche la sinistra democratica può in qualche modo oggi sentirsi orfana di alcuni “grandi reazionari” come li chiamava allora, Aron in Francia, Montanelli in Italia. Chi come Aron ha combattuto contro lo stalinismo dilagante fra gli intellettuali francesi e nella sua battaglia è stato sempre a fianco dei regimi democratici contro quelli totalitari, può veramente dirsi un reazionario? L’antitesi democrazia totalitarismo, più che quella fra destra e sinistra era la vera discriminante pertinente nell’analisi aroniana della vita politica contemporanea.
Un’antitesi che Aron proponeva dal lontano 1939, e che una nuova generazione di maîtres à penser (ma possiamo veramente definirli come tali?) aveva riproposto con successo nei saloni parigini degli anni Ottanta. In realtà alcuni imitatori di allora assomigliano vent’anni dopo ai suoi denigratori negli anni Cinquanta e Sessanta.
Al di là del carattere pamphlettistico del suo volumetto, Daniel Lindemberg aveva ragione quando denunciava nella Francia di Chirac il pericolo rappresentato dal richiamo all’ordine da parte di questi “nuovi reazionari”, perché colpiscono congiuntamente la sinistra egualitaria e la destra liberale denunciando al contempo l’ideologia dei gulag in Unione Sovietica e il preteso nuovo dominio assoluto di quello che molti maitres-à-penser d'Oltraalpe continuano a considerare l'“impero del male”, ovvero quegli Stati Uniti che Aron tanto amava.
L'arrivo dell'"americano" Sarkozy sembra aver innescato un'inversione di tendenza: anche in questo caso si tratta di una sua vittoria postuma o di una moda passeggera?